Processi stocastici stazionari: media, autocovarianza ed ergodicità
Nei sistemi statici ogni misura era una variabile casuale a sé, indipendente dalle altre. Nei sistemi dinamici non è più così. I dati sono campioni di un segnale che cambia nel tempo, e ogni campione dipende da quelli prima. Non c'è più una variabile casuale isolata, ma una variabile casuale per ogni istante, e insieme formano un processo stocastico.
Problema
Affrontiamo due problemi, collegati tra loro.
- Serie temporali. Si ha solo una sequenza di misure : il valore di un titolo in borsa, la velocità del vento, i millimetri di pioggia. La si modella come l'uscita di un sistema dinamico alimentato da un ingresso che non si può misurare.
- Sistemi ingresso/uscita. Si misurano un ingresso e un'uscita . L'uscita è la somma dell'effetto di , attraverso il sistema, e di un disturbo , che raccoglie tutto il resto: rumore di misura, disturbi di processo, ingressi non misurati, errori dovuti alla linearizzazione.
In entrambi i casi si vuole predire le uscite future e identificare il modello dai dati. Il disturbo e l'ingresso sono proprio dei processi stocastici: questo articolo dà gli strumenti per descriverli.
Come negli altri articoli sui segnali, il tempo è discreto: indica il campione al -esimo istante di campionamento.
Processo stocastico
Un processo stocastico è una successione di variabili casuali, ordinate nel tempo e legate allo stesso esperimento casuale . Dipende da due argomenti, e fissandone uno si ottengono oggetti diversi:
- fissando l'esito si ottiene una realizzazione: un normale segnale, una sequenza di numeri nel tempo. È quello che si misura;
- fissando l'istante si ottiene una variabile casuale: il valore del processo in quell'istante, che cambia da un esito all'altro;
- fissando entrambi si ottiene un numero.
Una variabile casuale associa un numero a ogni esito; un processo stocastico gli associa un intero segnale. Nel grafico, tre realizzazioni dello stesso processo: guardando una riga si legge un segnale, tagliando in verticale si leggono tre esiti della stessa variabile casuale.
Esempio: il random walk. Si lancia una moneta a ogni istante: se esce testa, se esce croce. Il processo
è il capitale di un giocatore che punta sempre un euro. Ogni partita è una realizzazione diversa.
Media e autocovarianza
Per descrivere completamente un processo, bisognerebbe conoscere la distribuzione di tutti i suoi campioni e le relazioni tra di essi. Questo è praticamente impossibile, perché i campioni sono potenzialmente infiniti. Ci si accontenta della caratterizzazione del secondo ordine: media e covarianze.
Il valore atteso è una funzione del tempo:
Attenzione: è la media in verticale, fatta sugli esiti a un istante fissato (la media di insieme), non la media in orizzontale lungo una realizzazione.
D'ora in poi si scrive al posto di , lasciando sottinteso l'esito.
La funzione di autocovarianza dice quanto il valore del processo in un istante è legato a quello in un altro:
Se è positiva, quando è sopra la sua media anche tende a stare sopra la propria; se è negativa, tendono a stare da parti opposte. Con si ottiene la varianza del processo all'istante . Senza sottrarre le medie si ottiene la funzione di autocorrelazione , e le due sono legate da .
Dividendo per le deviazioni standard nei due istanti si ottiene l'autocovarianza normalizzata:
È la generalizzazione del coefficiente di correlazione: vale sempre tra e .
Con due processi e si definiscono allo stesso modo la cross-covarianza e la cross-correlazione, che misurano il legame tra i due. Se la cross-covarianza è nulla per ogni coppia di istanti, i processi sono incorrelati.
Processi stazionari
Un processo è stazionario in senso forte se le sue proprietà probabilistiche non cambiano spostandosi nel tempo: qualsiasi gruppo di campioni ha la stessa distribuzione congiunta del gruppo .
Un processo è stazionario in senso debole se:
- la media è costante: per ogni ;
- l'autocovarianza dipende solo dalla distanza tra i due istanti, e non da dove si trovano.
Questa distanza si chiama lag e si indica con : è il numero di passi che separa i due istanti (in italiano a volte si dice ritardo). Per esempio, e hanno lo stesso lag , quindi per un processo stazionario sono uguali: conta quanto sono lontani i due istanti, non quando cadono.
L'autocovarianza si scrive allora con una sola variabile:
La stazionarietà forte implica quella debole, purché media e varianza siano finite. Il random walk non è stazionario: la media resta zero, ma la varianza cresce col tempo, perché ogni lancio aggiunge la sua varianza unitaria.
L'autocovarianza di un processo stazionario ha tre proprietà:
- : in zero c'è la varianza;
- : nessun campione è legato a un altro più di quanto lo sia con sé stesso;
- : è una funzione pari, quindi basta conoscerla per .
Depolarizzazione. Spesso si lavora con processi a media nulla. Non si perde niente: se , allora ha media zero e la stessa autocovarianza di , perché la definizione di sottrae già la media. Togliere la media semplifica i conti, che diventano , senza cambiare le proprietà che interessano.
Limitarsi ai processi stazionari è meno restrittivo di quanto sembri. Un segnale non stazionario si può spesso scomporre in un trend (un andamento lento, per esempio una crescita), una stagionalità (una componente periodica) e un residuo stazionario. I primi due si descrivono con funzioni deterministiche, e il processo stocastico serve per il residuo.
Rumore bianco
Finora abbiamo visto come descrivere un processo stazionario. Per costruire dei modelli serve un punto di partenza: un processo semplice da cui ottenere tutti gli altri. Questo punto di partenza è il rumore bianco, il processo stazionario più semplice che ci sia.
Si scrive se:
Notazione: sta per White Noise. si legge " è un rumore bianco con media e varianza ".
La varianza è , e campioni in istanti diversi sono incorrelati. Conoscere il passato non dice niente sul valore di adesso: il rumore bianco è impredicibile. La distribuzione dei singoli campioni non conta: possono essere gaussiani, uniformi, come le monete del random walk. Di solito si usa , a media nulla: come visto sopra, togliere la media non cambia l'autocovarianza.
Il rumore bianco è la parte che nessun modello può prevedere. Un buon modello cattura tutto quello che nei dati si può prevedere, e quello che resta è rumore bianco. Se l'errore del modello non è bianco, c'è ancora qualcosa che si può modellare.
È anche il punto di partenza dei modelli: l'ingresso non misurabile delle serie temporali si modella proprio come un rumore bianco. Facendolo passare in un sistema dinamico si ottengono processi con memoria, come quello dell'esempio nella prossima sezione.
Ergodicità
Il valore atteso è una media in verticale: per stimarlo bisognerebbe avere molte realizzazioni del processo e fare la media dei loro valori nello stesso istante. In pratica se ne ha una sola: il vento di quel giorno, la registrazione di quell'esperimento. L'unica cosa che si può calcolare è una media in orizzontale, lungo il tempo:
e allo stesso modo, per un processo a media nulla, un'autocovarianza temporale, con al posto di . Il punto è capire se basta: allungando la registrazione, cioè facendo crescere , la media temporale si avvicina al valore atteso ? E l'autocovarianza temporale si avvicina a quella di insieme?
Per un processo stazionario la media temporale converge sempre a un limite, e il valore atteso di questo limite è proprio . Ma il limite potrebbe essere casuale, diverso da una realizzazione all'altra. Un processo si dice ergodico quando i momenti temporali convergono a quelli di insieme, cioè a numeri fissi, uguali per ogni realizzazione; ergodico nella media se vale almeno per la media.
Condizione sufficiente: un processo stazionario con varianza finita è ergodico nella media se
cioè se il processo dimentica il passato. Se il processo è anche gaussiano, la stessa condizione garantisce l'ergodicità completa.
Un processo ergodico. Prendiamo il processo , con : ogni campione è l'80% del precedente più un po' di rumore nuovo. È stazionario, ha media zero e un'autocovarianza che decade come (vedremo come si calcola nei prossimi articoli). Le medie temporali di tre realizzazioni diverse:
| realizzazione 1 | realizzazione 2 | realizzazione 3 | |
|---|---|---|---|
| 100 | 0,13 | −0,19 | −0,64 |
| 1.000 | 0,13 | 0,05 | −0,15 |
| 10.000 | 0,10 | 0,02 | 0,01 |
Con abbastanza dati tutte e tre si avvicinano alla media vera, zero: ogni realizzazione, presa abbastanza lunga, è rappresentativa di tutte.
Nella pratica l'ergodicità è un cane che si morde la coda. Per verificarla bisogna conoscere ; per stimare da una sola realizzazione bisogna già sapere che il processo è ergodico. Se non si sa niente del meccanismo che genera i dati, la si assume, e si stimano le proprietà del processo con le medie temporali.
Riepilogo
- Un processo stocastico è una successione di variabili casuali nel tempo: fissato l'esito si ottiene un segnale (una realizzazione), fissato l'istante una variabile casuale.
- Lo si descrive al secondo ordine con il valore atteso e la funzione di autocovarianza. Sono medie di insieme, fatte "in verticale" sugli esiti.
- È stazionario in senso debole se la media è costante e l'autocovarianza dipende solo dal lag . è pari e ha il massimo in zero, dove vale la varianza. Molti segnali non stazionari diventano stazionari togliendo trend e stagionalità.
- Il rumore bianco ha campioni incorrelati, quindi è impredicibile. È il punto di partenza per costruire gli altri processi, ed è quello che resta dopo un buon modello.
- Un processo è ergodico se le medie temporali di una sola realizzazione convergono a quelle di insieme. Per la media basta che l'autocovarianza tenda a zero. Nella pratica l'ergodicità si assume.